IL PROBLEMA DEL CLIMA E IL FALLIMENTO DELLA COP 25

Confesso che questa volta, pur consapevole delle difficoltà di vario genere che si frapponevano al conseguimento di una soddisfacente e concreta intesa, nutrivo dentro di me una grande speranza. Era forse l’effetto Greta, o forse anche l’effetto giovani di tutto il mondo…Ma la speranza è andata clamorosamente delusa! Ecco allora la reazione istintiva, quasi rabbiosa, all’ insegna della mancanza di misericordia… Ecco il riaffiorare dentro di me dei noti detti popolari: chi è causa del suo mal…, chiuderemo (presto) la stalla quando i buoi… E mi è venuto anche in mente quanto anni fa mi raccontava un sacerdote amico. Raggiunto un ragazzo che da un ponte della ferrovia minacciava di buttarsi giù, dopo ore di ragionamenti assennati non era riuscito a convincerlo. Esasperato lo prese allora per un braccio e in malo modo gli urlò: se non la smetti, ti butto io nel vuoto, così sei contento!

Allora era finita bene. Ma, dopo quanto è avvenuto a Madrid, a cadere nel vuoto rischia di essere il mondo intero! Alludo naturalmente al fatto che la Cop 25 – la Conferenza dell’ONU sui cambiamenti climatici, svoltasi nello scorso mese di dicembre nella capitale spagnola – nonostante le aspettative non ha centrato gli obiettivi che si era prefissa, non ha proposto soluzioni ai problemi centrali. L’accordo su come contrastare l’aumento della temperatura e contenerla al di sotto di due gradi entro il 2100 non è stato raggiunto e gli scienziati del settore non hanno esitato a definire un fallimento completo la Cop 25, a cui hanno partecipato i rappresentanti di 196 Paesi. Consola in parte il fatto che i Paesi più poveri, le maggiori vittime del clima impazzito, sono riusciti a costringere la nazioni più ricche a quantificare il loro impegno a tagliare i gas serra (notoriamente i principali responsabili dei cambiamenti climatici e dei conseguenti disastri) entro quest’anno e cioè in occasione della Cop 26, già fissata a Glasgow in Scozia dal 9 al 19 novembre.

Il già fatto e il da farsi

Come si ricorderà, la sfida lanciata a Parigi dalla precedente Cop 21 nel 2015 era quella di impedire alla temperatura terrestre di salire, da allora, oltre il grado e mezzo (due gradi entro il 2100). In tal modo le emissioni dannose si sarebbero abbattute del 15% entro il 2030 e neutralizzate entro il 2050.

Secondo i dati diffusi dall’ ONU negli ultimi cinque anni è avvenuto che, dei 197 Stati firmatari dell’Accordo, 75 hanno lavorato per rispettare le scadenze e quindi per ridurre i gas serra ed assumere iniziative utili a fronteggiare gli effetti dei cambiamenti climatici, 37 hanno dichiarato e dimostrato di volersi organizzare per farlo e 85 (responsabili del 47% dei gas serra e in prevalenza appartenenti ai Paesi sviluppati) hanno fatto scena muta. Se si va avanti di questo passo, il “da farsi” del titolo finirà per avere il sopravvento e per provocare anzitempo la fine della storia dell’uomo su questa Terra.

Fra i tanti sintomi del male mortale che avanza, nelle righe che seguono ne ricorderò solo alcuni, anche se della massima importanza o gravità che dir si voglia.

Conseguenze drammatiche

I disastrosi roghi da tempo in corso in Australia sono solo un nuovo effetto di ciò che comporta il riscaldamento planetario. La speranza è che siano presto domati e la vita riprenda come sarà possibile. Ma se gli incendi sono sotto gli occhi di tutti, un fenomeno che ha la stessa radice e non è ancora adeguatamente considerato è l’innalzamento del livello delle acque marine. Qui c’è un potenziale finimondo! In Asia è a rischio la vita di 150 milioni di persone che entro il 2050 vedranno gli oceani ricoprire in tutto o in parte le aree di terraferma su cui vivono oggi. Simbolo di tale annunciata catastrofe è la città di Mumbai, la capitale economica e finanziaria dell’India che sfiora oggi i venti milioni di abitanti concentrati su un territorio di soli 610 chilometri quadrati e con una elevazione media sul livello del mare di 14 metri. E’ evidente che l’acqua potrà facilmente sommergerla, in tutto o in parte. Ma aprite l’atlante, amici. E cercate anche Giacarta, Manila, Shangai, Tokyo e Bangkok che rischiano di sparire come Mumbai. Chissà se, in questa drammatica prospettiva, gli uomini e specie quelli che contano vorranno essere un po’ meno irresponsabili rispetto al passato. Diversamente, per limitarci alla più evidente conseguenza, ci si troverà ad affrontare spostamenti di popoli con pochi precedenti nella storia moderna (con enormi tensioni e anche conflitti tra gli Stati…altro che gommoni con cento migranti!).

E’ infine un dato altrettanto certo che, sulla faccia del nostro pianeta, è in corso la cosiddetta sesta estinzione di massa. Già cinque volte infatti, da 540 milioni di anni, una gran parte degli esseri viventi è scomparsa dal pianeta stesso (l’uomo fa storia a parte). L’ultima volta risale a 65 milioni di anni fa ed è conosciuta per l’estinzione dei dinosauri (lo dicono anche i libri dei bambini), anche se vi scomparvero molte altre specie animali e vegetali. La novità della sesta ed ultima estinzione è però che, per la prima volta, l’estinzione delle specie viventi, che potrebbe raggiungere il 75% di esse (e secondo alcuni è già arrivata al 60%) è legata al surriscaldamento globale dovuto al carbonio e quindi alla responsabilità dell’uomo.

L’appello di Rifkin

Parte proprio dalla sesta estinzione di massa il recente volume di Jeremy Rifkin (l’economista statunitense ben noto per il suo La fine del lavoro) dal titolo Un green New deal globale (ed. Mondadori), ossia uno sviluppo globale verde. Si tratta di una specie di appello in cui l’economista esprime con passione e chiarezza i suoi concetti sulla possibilità di salvare il mondo attraverso la tecnologia e l’economia verde. Rifkin sta girando l’Europa ed il mondo per parlarne. Ed è davvero una fatica meritevole. In sostanza, egli afferma che la terza rivoluzione industriale, innescata negli anni ’60 del secolo scorso dall’affermarsi delle tecnologie informatiche e dell’web, ci sta portando a quel green new deal e cioè a quel nuovo modello di sviluppo radicalmente diverso dal passato che potrà salvare il mondo appunto per il superamento dei combustibili fossili. Ma il passaggio alle energie pulite dovrà essere rapidissimo o sarà troppo tardi. Rifkin conclude che, del resto, l’anzidetta transizione non è più in dubbio, avendola già scelta il mercato per la sua convenienza economica.

Personalmente concludo che l’Italia per la sua creatività potrà essere un Paese-guida dell’energia rinnovabile. Ma dovrà farlo senza perdere tempo!

Paolo Venzano

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