QUAL E’ LA GIOIA DEL NATALE ?

Nell’approssimarsi delle festività natalizie, in un clima di luci e centri commerciali sempre più pieni, ma anche di preparazione e cammino sinceri, è utile fermarsi un poco per vivere al meglio, come cristiani, credenti o semplici cercatori di verità, quello che ci accingiamo a festeggiare. Nel cuore stesso di questa festa, tanto attesa, c’è una domanda profonda che vorrei ci facessimo, per non far sì che l’abitudine soffochi la novità: qual è la gioia del Natale? E in particolare, di questo, del Natale 2018?

Ai pastori di Betlem, la casa della carne, della fragilità di Dio che feconda l’uomo, questa gioia fu annunciata dal messaggio di Dio:

  • Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia” (Lc 2, 9-12).

Che affresco maestoso! Come è bello entrarvi un po’ dentro! Il Signore si presenta a quei pastori nella sua luce, nella sua claritas, che è la sua doxa, la sua gloria, quel suo volto tanto desiderato da Mosé e dagli antichi profeti; quale luce? Che gloria? Forse quella stessa che irruppe a Pentecoste nei discepoli e in Maria; quella fragile forza, così dirompente nella sua quotidianità, così vera da essere una persona, che dona occhi per vedere e vivere il risorto nel crocifisso e il Messia, di più, il Logos di Dio, Dio stesso, in un bambino adagiato nel freddo (se non storico, di sicuro esistenziale) di una mangiatoia. Una luce che può far spavento da quanto è reale, ma che, immediatamente, annuncia ed evangelizza la gioia che libera dalla paura. Ma ancora: di quale paura e di quale gioia si parla? Qual è la gioia del Natale? La gioia che, annunciata ai pastori, è stata assunta, in tutta la sua pienezza, da Maria, dal suoche ha sospeso, per un attimo, tutta la creazione e tutta la storia. In quel la storia si è concentrata e ha irradiato di luce tutte le ombre passate, presenti e future; le ombre della paura, dell’odio, della mancanza di senso, della miseria, dello sfruttamento, dell’indifferenza, della cocciuta chiusura all’altro, dell’incapacità di ascolto. Nel libero e sapiente di una ragazza a Dio, c’è l’annuncio della gioia profonda del Natale. Quella gioia di cui, un giorno, Gesù stesso esultò:

  • I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome”. […] Egli disse: “Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli“. In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: “Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto. Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”. E volgendosi ai discepoli, in disparte, disse: “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l’udirono”. (Lc 10, 18-24)

Un altro quadro stupendo: Gesù che, nello Spirito Santo, parla direttamente col Padre. Questa è la gioia profonda: Dio è un dialogo d’amore nel quale siamo invitati a entrare, non per accordarci a un canto già scritto, ma per intonare le nostre personalissime note, nell’armonia unica che solo Lui sa creare. Un’armonia che non possiamo inventare, ma a cui siamo invitati realmente. La paura da cui ci libera è quella abissale, che abita le oscure profondità del nostro essere, per cui le nostre, personali e uniche, morti, dai semplici gesti di amore a quella in cui rendiamo la vita a Dio, non annunciano alcunché di vitale, di fecondo, di pieno. La paura che dal nostro vuoto, nulla ci salverà, nemmeno il dio che abbiamo eletto nelle nostre vite. La vera gioia è sperimentare che, prima della nostra scelta, siamo stati scelti in Cristo, in quel bambino che ancora, nel 2018, tra contraddizioni, piccolezze, ipocrisie, ma anche eroici affidamenti alla sua volontà, festeggiamo.

No, non possiamo ridurla alla solita storiella. Un Dio che si fa uomo non è una favola. Un Dio che viene adagiato in una mangiatoia, da una coppia di ragazzi ai quali sono state chiuse le porte dell’albergo, non è un racconto che può lasciarci come prima. È, soprattutto, una notizia che deve scuotere nel profondo le nostre piccole certezze quotidiane e che non può portarci a vivere con abitudine questa festa, così inattesa dall’umanità. 

In questo Natale 2018 la luce di Dio avvolga, realmente, responsabilmente, esistenzialmente, profondamente, tutti noi; trasfiguri le nostre ombre, le nostre solitudini, le nostre miserie, nel coraggio di una speranza non vana e che non passa. Una speranza che, in particolare, oggi ha il volto di suor Marcella Catozza, missionaria francescana ad Haiti, della fondazione da lei voluta, Via Lattea, e della sua missione con i bambini del posto, nel pieno di una tremenda guerra civile che ha privato loro di tutto, persino dei materassi su cui far riposare quei volti innocenti, immagini viventi del Dio-bambino che festeggiamo, e del latte con cui ristorarli al mattino. Chi, in mezzo a tanta disperazione, sa dire di a Dio e farlo vivere tra i più poveri, abita la gioia del Natale eterno, quella maestosa e potente festa del creato, in cui Dio è in noi e noi in Dio.

Davide Penna

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