OPINIONI – Guerra IN Ucraina – La resistenza non violenta quale alternativa alle armi

Nel mio articolo dal titolo “Guerra in Ucraina e legittima difesa”,  io avevo ricordato che il paragrafo n. 500 del Compendio della dottrina sociale della Chiesa afferma che, nella tragica eventualità dell’aggressione di uno Stato da parte di un altro, lo Stato aggredito ha il diritto e il dovere di difendersi, “anche usando la forza delle armi ”. Ciò però deve avvenire a precise condizioni, che pure avevo riportato e che rendono la difesa armata moralmente lecita. Il Compendio aggiunge che, in quest’ultimo caso, tradizionalmente si parla anche di guerra giusta. Ma tale espressione non compare nel mio scritto perché – lo confesso – io istintivamente avverto (e so di essere in buona compagnia…) una sorta di contraddizione in termini nell’espressione “guerra giusta”, quasi che l’aggettivo “giusto” mai possa qualificare una guerra. D’altro canto il Compendio parla dell’uso delle armi come di  un’ estrema possibilità di difesa, senza escluderne altre. Ed è su questo punto che io vorrei soffermarmi (anche a scopo informativo dei miei dodici lettori…). La resistenza (o azione) non violenta quale risposta ad una violenza subita si concreta nella disobbedienza civile, nella non cooperazione economica e politica, nella resistenza fiscale,  nei sabotaggi, negli scioperi, nei gruppi di pressione, nelle guerre dell’informazione e in metodi diversi. E ha trovato concreta e positiva affermazione allorchè a ispirarla e a guidarla, lo sappiamo, sono stati personaggi del calibro di Gandhi, di Martin Luther King e di Nelson Mandela. E’ poi più o meno esplicitamente contenuta in messaggi lanciati al mondo da uomini di Dio come don Primo Mazzolari, don Lorenzo Milani e don Tonino Bello, tanto per fare qualche nome.

Va subito detto che, storicamente, la resistenza non violenta si è dimostrata efficace soprattutto nei conflitti civili e nelle dittature. In proposito, l’Organizzazione Freedom House ha calcolato che, dal 1966 al 1999, la resistenza non violenta ha avuto un ruolo chiave nel guidare 50 casi su 67 di transizione politica da Stati autoritari. Penso che fra tali casi sia contenuta anche la cd. ”rivoluzione arancione” che nel 2004 e 2005 ha caratterizzato la vita sociale e politica dell’Ucraina. Ma, venendo a quest’ultima, qualcuno potrà chiedermi l’utilità di misure come quelle accennate quando un Paese è già semidistrutto, quando una sua parte, come a Mariupol, è circondata dal nemico, quando in certe zone si combatte ormai casa per casa…Certo non si può fare molto sotto le bombe, anche se la resistenza civile non violenta, pur fra grandi difficoltà, non è assente in Ucraina (e le sanzioni economiche verso la Russia perseguono indirettamente lo stesso obiettivo). Non più tardi di ieri (25 aprile) abbiamo ricordato una serie di eventi italiani di 77 anni fa. Sarà un caso se sono stati complessivamente raggruppati sotto il termine di Resistenza? Io penso proprio di no. Infatti, assieme ai partigiani armati, fu allora attiva un’ampissima resistenza non violenta di tanti dissidenti rispetto al nazi-fascismo, di chi nascose gli Ebrei, di chi fu giovane “staffetta partigiana”, di chi (lo ricordiamo col sorriso…) nascondeva messaggi nei tubi della bicicletta da corsa, come Gino Bartali…Certamente, in Ucraina non si era preparati a fronteggiare una guerra come quella scatenata da Putin con le sole armi della resistenza non violenta. Ma questa strada è auspicabilmente quella del futuro. Anche l’Italia non sarebbe preparata in casi del genere. Occorre allora, ad esempio e per quanto riguarda il nostro Paese, che la “resistenza non violenta” si aggiunga alle materie di educazione civica insegnata nelle Scuole. Questo, ripeto, per fare un solo esempio. E occorre inoltre che la proposta di legge del luglio 2014 di iniziativa popolare (ora “petizione costituzionale”, ai sensi dell’art. 50 della Costituzione), relativa appunto alla “difesa civile non armata e non violenta”, venga quanto prima discussa ed approvata. Tra i promotori di tale proposta, pubblicizzata con lo slogan “Un’altra difesa è possibile”, leggiamo i nomi delle Acli, della Caritas italiana, della Comunità Papa Giovanni XXIII, dell’Avis Nazionale, della Lega Coop, della Focsiv e di numerose altre organizzazioni.

Per concludere, è appena il caso di riflettere ancora una volta sul dovere umano e cristiano di non uccidere. Per un cristiano è un comandamento assoluto. La resistenza armata comporta questo terribile compromesso con la coscienza: mettere in conto la morte di altre persone per mano propria. Anche se per legittima difesa.

Che lo Spirito Santo ci aiuti!

Paolo Venzano

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