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OPINIONI – WhatsApp, Facebook, Instagram e le foto dei bimbi… proprio “sicuri”?

Prima premessa
Mettetevi comodi, con una tisana o un limoncello davanti, prendetevi il tempo, e leggete fino in fondo con calma. Ciò che dirò “Può non piacere”, come diceva Crozza-architetto-del-Paradiso, qualche anno fa in uno spot Lavazza.

Seconda premessa (che non c’è)
Non farò alcuna premessa paracadutistica (o si diceva in un altro modo?) sui social Belli – Utili – Comodi – Unitivi – EliminanoLeDistanze – CiTrovoIlCompagnoDiBancoDelleElementari – DiffondonoIdeali. La questione (tutta da vedere) non ha nulla a che fare con l’argomento di cui si parla qui.


Il termine Sharenting è la sovrapposizione di due parole inglesi: sharing (condividere) e parenting (essere genitori). È il fenomeno, sempre più diffuso, della condivisione di immagini di minori (specie bambini) su WhatsApp, FaceBook, Instagram e altre reti sociali, da parte di genitori o parenti.

Alzi la mano chi, tra quelli che leggono qui (e che è genitore – nonno – bisnonno – zio), non ha mai inserito nello stato WhatsAppp, o inviato ai gruppi, la foto o il video del figlio – nipotino – pronipotino, ritratto da solo o assieme ad altri. Vedo poche mani alzate… e infatti…

Uno studio di McAfee negli USA, del 2018, rivela che il 30% dei genitori intervistati “postava” un’immagine del proprio bambino ogni giorno.

Un altro studio del 2016, cui hanno partecipato 127 mamme dell’Ohio, USA, dice che il 98% di loro avevano caricato almeno una foto dei loro bambini, e tipicamente la prima foto entro una settimana dalla nascita.

In Italia, un’analisi del dicembre 2017 (Davide Cino, Silvia Demozzi) mostrava che su 193 mamme intervistate il 68% inseriva foto dei figli sulla propria pagina Facebook, il 30% anche sui gruppi.

Un’indagine svolta in Spagna dice che il social più usato per condividere queste foto è WhatsApp (81.5%), seguito da Instagram (57.4%) e Facebook (34.3%).

…e quindi? C’è un problema? E dove sta il problema?

Il problema sta nel fatto che le foto (condivise avendo in mente determinate persone) possono finire in mano a destinatari per nulla desiderati. Gli “stati” di WhatsApp sono visibili a tutti i contatti (a meno che non se ne escludano manualmente alcuni), e non soltanto a un gruppo. Le foto pubblicate sui gruppi WhatsApp finiscono nella memoria del cellulare, e di lì possono andare automaticamente in rete, se il cellulare è collegato a un servizio cloud come Google Drive. Gli amici possono inoltrare le foto o pubblicarle altrove. Non parliamo poi delle foto pubblicate su Facebook o Instagram, che, a meno di particolari cautele, sono viste da decine e centinaia di contatti (del resto, non è proprio per questo che si postano?). In poche parole, una volta inviata o postata, una foto esce completamente dal controllo del proprietario.

È il caso di ricordare che tutto ciò che viene pubblicato online, a causa della natura stessa del Web 2.0, acquisisce quattro caratteristiche fondamentali: è persistente, cioè rimane potenzialmente online per sempre e non ne è garantita la rimozione, è replicabile, cioè può essere scaricato, copiato, modificato o ripubblicato senza limitazioni, è scalabile, ovvero può raggiungere un pubblico di miliardi di persone in pochissimo tempo (soprattutto se diventa virale), ed è ricercabile sui numerosi motori di ricerca grazie alle parole chiave, alla ricerca per immagine e ai tag associati dagli utenti
Da “Generazione Z”, di Ettore Guarnaccia, 2018

In definitiva, pubblicare una foto su un social è come stamparne tantissime copie (con l’indicazione del nome, magari anche cognome e la città del bambino) e spargerle per le strade. Anzi peggio, perché raggiungono tutto il mondo.

C’è da aggiungere un fatto poco noto ma importante: qualsiasi contenuto inserito su Facebook, Instagram e WhatsApp (tutte società di FaceBook), resta sì di proprietà di chi pubblica, ma a Facebook vengono concessi i diritti per “la trasmissione, l’uso, la distribuzione, la modifica, l’esecuzione, la copia, la pubblica esecuzione o la visualizzazione, la traduzione e la creazione di opere derivate dei propri contenuti” (https://it-it.facebook.com/terms/ )

C’è poi da farsi poche illusioni sul fatto di condividere solo con un gruppo. Occorre, anche, non solo potersi fidare che le persone del gruppo non scaricheranno e distribuiranno, o useranno in qualche modo le foto; ma anche fidarsi che quelle persone abbiano esse stesse delle valide precauzioni di sicurezza (antivirus, password sicure, conservazione sicura) su PC, smartphone, account.

Questa diffusione non voluta (ma reale) rappresenta un grave pericolo per l’immagine del bambino / bambina, quando non per lui / lei direttamente.

Secondo una ricerca investigativa del Children’s eSafety Commissioner Office australiano, fra le fotografie scoperte negli archivi dei pedofili, una su due proviene proprio dagli innocenti post sui social di mamme e papà. Persino il Garante della Privacy, Antonello Soro, durante la relazione annuale al Parlamento del 2016, ha evidenziato la netta crescita del volume di ricerche su Internet nell’ambito della pedopornografia, con quasi due milioni di immagini censite (il doppio rispetto al 2015), attribuendone le cause alla crescente pratica dei genitori di pubblicare contenuti multimediali dei propri bambini sui social media.
Da “Generazione Z”, di Ettore Guarnaccia, 2018

La pedopornografia è quindi un pericolo reale: anche se probabilmente non si verrà mai a sapere che la foto del proprio bambino è stata utilizzata, come ci si può sentire al solo immaginarlo?

Bullismo e cyberbullismo, da parte di amici e compagni di scuola, o di sconosciuti in rete, a partire da foto magari imbarazzanti del bambino, sono altri pericoli immediati. La sicurezza del bambino (con riferimento ad adescamento e rapimento) può essere messa in pericolo, visto che le immagini possono rendere pubblici luoghi di frequentazione (campi, palestre) e orari del bambino.

Oppure, i ragazzi (soprattutto crescendo, e crescono in fretta) potrebbero essere semplicemente imbarazzati sapendo che in rete ci sono foto, magari di qualche anno prima, che a loro dà fastidio si vedano in giro. Si parla anche di possibile furto di identità utilizzando i dati del bambino.

Una novità nei rischi, da qualche anno, è il rapimento digitale (digital kidnapping), che avviene quando qualcuno pubblica le foto di un bambino come se fosse il proprio figlio, o creandogli una famiglia virtuale; in certi casi la foto viene etichettata come “orfano” (#adoptionrp, #orphanrp, dove RP sta per RolePlay, gioco di ruolo), chiedendo se (sempre virtualmente) qualcuno è disposto ad adottarlo. Vengono create intere storie riguardo a questi bambini e alle loro finte famiglie. Si tratta in pratica di un gioco di ruolo, fatto non con disegni e personaggi di fantasia, ma con foto vere di persone. Non fa danni? A parte il fatto che è un reato grave, qualcuno osserva giustamente:

E se dalla fantasia si passasse alla realtà? Se nell’adottante nascesse l’insano desiderio di avere quel bambino in carne ed ossa, a costo di rapirlo? https://tinyurl.com/y8stu4gy

In altri casi, la foto viene utilizzata per scopi ben peggiori:

In un caso recente (2018), la Cassazione ha riconosciuto la colpevolezza di un imputato per aver creato un falso profilo Facebook utilizzando l’identità digitale di un minore per adescare delle ragazzine, convincerle a mandargli foto erotiche di sé e arrivare, in alcuni casi, anche a minacciarle. (Da altalex.com)

Consideriamo poi l’aspetto educativo. Un tempo (anche oggi?) si diceva ai figli “stai attento alle compagnie”, “stai attento a chi incontri per strada”. Ma lo sharenting va proprio nella direzione opposta. Si fornisce al ragazzo una dis-educazione alla privacy e alla difesa della propria immagine e del proprio corpo.

Sento un brusio di fondo: ma insomma, volete toglierci anche il gusto di condividere? Lo fanno tutti!

Occorre domandarsi: è veramente così fondamentale condividere queste foto? È vitale? Perché se ne sente il bisogno? È un modo di amare il proprio figlio, o nipotino? Qual è il bene del bambino, in tutto questo? Consideriamo questa osservazione, aspra ma, in fondo, vera:

I tuoi follower su Instagram e Facebook non amano il tuo bambino. Suona male, non è vero? Ma è vero. E i desideri più profondi del cuore di tuo figlio, le sue domande più delicate, e le sue piccole sfide da bambino non dovrebbero essere affidate a persone che non li amano. Custodisci quei teneri momenti e mantieni una barriera di protezione attorno a tuo figlio. (Tradotto da: https://tinyurl.com/y9wkz8m7 )

Le ragioni per cui si pubblicano le foto sono, in parte, le stesse per cui si mostravano gli albumini di foto a parenti e amici. Si mostravano. A parenti e amici. Non: si consegnavano. Non: a tutto il mondo.

Ma perché a tanti? Perché (a volte) a tutti? Non è questo il momento di approfondire: ma (schematizzando molto) uno dei meccanismi dei social media è “azione – attesa – ricompensa – nuova azione” (Sistema Della Ricompensa). Inserisco una foto, un post; aspetto il like o i commenti; arrivano; reagisco a mia volta con un commento o una nuova foto. È un piacere vedere che la foto ha ricevuto tanti “mi piace”, è un piacere vedere che il gruppo approva il video che ho mandato, o inserisce emoticon se ho fatto una battuta. Se una volta non arriva niente, ci riprovo, sapendo che prima o poi arriverà la ricompensa, come in una gigantesca slot umana (Rinforzo Positivo Intermittente).

(Approfondimenti qui: https://tinyurl.com/yddzwhov e qui: https://tinyurl.com/y7vtel59 ).

A questo si accompagna, più spesso di quanto non s’immagini, anche un bisogno di conferma, di validazione da parte degli altri.

[nello studio con 127 mamme citato prima] la condivisione di post con foto o video dei propri bambini, si sono dimostrati più frequenti nelle donne che avvertivano maggiormente la pressione sociale e l’esigenza di dover mostrare un’immagine positiva di sé come mamme. Alla base di tale comportamento sembrano esserci insicurezza e perfezionismo che si manifestano nella ricerca di approvazione attraverso i “mi piace” e i commenti positivi degli altri: maggiore è il numero di like e approvazioni online, più ci si sente sicure di sé come madri. Da Adolescienza.it, https://tinyurl.com/ya6vmqe7

Quale la conclusione di questo discorso? Quale la verità che dovrebbe apparire lampante? Questa: che manca un elemento in tutto questo discorso, anzi l’attore principale: il bambino. Il bambino, soggetto delle immagini, è semplicemente oggetto di pubblicazione e qualche volta di attenzione (virtuale). La sua immagine viene usata da genitori e parenti prossimi per raccogliere briciole di considerazione in rete. Ma non ha diritto di parola (spesso anche troppo piccolo per sapere e per capire).

È paradossale che in una società, come la nostra, dove si tende a dare tutto il comfort possibile ai figli, l’educazione migliore, lo sport più adatto, gli strumenti più avanzati, poi si neghi loro, senza neppur pensarci, il diritto alla propria immagine. È altrettanto paradossale che molti genitori non sappiano cosa fanno i figli in rete, ma siano loro i primi a pubblicarne le foto sui social.

Queste tracce digitali, su cui i bambini non hanno controllo, vanno però a sedimentarsi in rete, e diventano parte dell’identità digitale dei ragazzi. Oltre a rappresentare una forma di violazione della privacy dei ragazzi, queste pratiche contribuiscono alla crescente sorveglianza digitale dei bambini e dei ragazzi.(risultati di EU Kids Online 2017, https://tinyurl.com/ydgef52j )

Anche il bambino viene trasformato in dato, in elemento calcolabile (quanti “mi piace” ha?). Questa “datizzazione” del bambino avviene spesso ancora prima della nascita, vista la sempre più diffusa moda di pubblicare sui social la prima ecografia.

Occorre convincersi che non esiste eticamente (anche se la legge è incompleta al riguardo) un diritto totale dei due genitori sull’immagine del bambino. Per un approfondimento, leggete un articolo di Daniela Baudino qui: https://tinyurl.com/y8bop8go

Farebbe bene a tutti, prima di pubblicare, pensarci due volte e rileggere questo famoso brano di Khalil Gibran:

I vostri figli non sono figli vostri… sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.
Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell’avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.
Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tiene tesi con tutto il suo vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo.

Se volete saperne di più: https://sharenting.it/ 

Riccardo Poggi

Una risposta a “OPINIONI – WhatsApp, Facebook, Instagram e le foto dei bimbi… proprio “sicuri”?”

  1. Caro Riccardo, c’è da rimanere esterefatti pensando a quanti danni rischiamo di provocare ai nostri bambini e ragazzi: sarà quanto mai opportuno essere prudenti al massimo. Anche se i miei nipoti sono ormai adulti, posso sempre metterli in guardia per il loro futuro, quando loro stessi diventeranno genitori.
    Grazie davvero di queste approfondite considerazioni: mi sembrano preziosissime.
    Agostino

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