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OPINIONI – PER UN DIALOGO RELIGIOSO A 360 GRADI

C’è una frase nella recente enciclica “Fratelli tutti” di Papa Francesco che a mio avviso dovrebbe essere premessa ad ogni considerazione sul dialogo in materia religiosa. E la frase è questa: “La violenza non trova base alcuna nelle convinzioni religiose fondamentali, bensì nelle loro deformazioni”.

Ora, dato che le varie “deformazioni” hanno praticamente accompagnato la nascita e lo sviluppo del sentimento religioso nell’uomo, questo spiega perché ogni religione, di ogni popolo e di ogni luogo, ha sempre dovuto “fare i conti” col difficile e complesso rapporto fra sacro e violenza.

Non è sfuggita a tale prassi la stessa religione giudaica, che metteva a morte i “pagani” che nel Tempio di Gerusalemme varcavano uno spazio rigorosamente riservato agli Israeliti.

Prima di parlare del dialogo fra le vere e proprie “convinzioni religiose fondamentali”, nelle righe che seguono può allora essere utile accennare ad alcune di dette “deformazioni”.

Cominciamo da un noto episodio accaduto in Francia. Dopo la barbara uccisione del professore Samuel Paty, lo scorso 16 ottobre nella banlieue parigina, è stato accertato che l’omicidio era sicuramente di stampo jihadista e cioè commesso” in nome di Dio” da un fondamentalista islamico. Le “vignette” e il linguaggio sarcastico su Maometto del periodico Charlie Hebdo, che tanto (ingiusto) dolore hanno provocato in Musulmani semplici ed onesti, sono stati usati strumentalmente per giustificare tale efferato delitto.

Allargando il discorso, è indiscutibile che oggi sia l’Islam, anche se certamente non solo l’Islam, a doversi porre la domanda di come fermare la spirale di violenza che viene compiuta brandendo la bandiera della religione. Non solo verso i non Musulmani, come pensano molti, ma soprattutto all’interno dell’Islam stesso, fra le diverse sue correnti, sull’onda della diffusione di notizie che hanno a che fare più con le rivalità geopolitiche fra i diversi Stati mediorientali che con la teologia, ma che si nascondono facilmente dietro ad essa.

Con l’occasione rispondo anche a quel Vaticanista italiano di cui ho già parlato su questo Sito – parlo di Luigi Accattoli, naturalmente – il quale, pur apprezzando il Movimento dei Focolari, ne evidenzia come asserito “limite” quello di non tentare alcun dialogo con le posizioni religiose che tendono all’offesa di chi anche correttamente le contrasta. Un “dialogo” del genere non è stato e non sarà tentato, io ritengo, perché in tali posizioni era ed è prevalente la “deformazione” in parola.

Premesso quanto sopra, a me sembra che i “segni dei tempi” consentano ed anzi esigano un incremento del dialogo fra quelle “convinzioni” nelle quali il genuino sentimento religioso sia esclusivo o comunque prevalente. Infatti il dialogo e la leale collaborazione fra le religioni sono strumenti di giustizia, di pace e di sviluppo fra tutti gli uomini.

Il “dialogo” dei Cristiani è ovviamente iniziato con l’avvento del Cristianesimo, per l’esplicita richiesta di Gesù stesso. Ed è continuato con alterne vicende nel corso dei secoli.

Venendo al ‘900 ricordo che, come specificherò di seguito, il Concilio Vaticano II ha spezzato barriere secolari ed ha aperto decisamente le porte al dialogo e alla possibilità di incontri e di collaborazione, fra l’altro mettendo un po’ il silenziatore all’ affermazione che “extra Ecclesiam nulla salus”, e cioè che “fuori della Chiesa non c’è salvezza”.

Ahmad al-Tayyeb. Foto tratta di wikipedia

Naturalmente ogni tipo di vero dialogo ha una sua utilità, perché quanto meno arricchisce culturalmente chi dialoga. Tuttavia nelle righe che seguono vorrei accennare al possibile dialogo fra le grandi e storiche “religioni abramitiche” o, meglio, al rapporto dialogico fra i Cattolici e gli Ebrei e fra i Cattolici e gli Islamici (pensando, è inutile nasconderlo, che la nuova Responsabile del Movimento dei Focolari potrà eventualmente fornire preziosi contributi al riguardo).

Ma torniamo al Concilio. Per quanto riguarda l’Ebraismo, la Dichiarazione conciliare “Nostra aetate” ha indubbiamente segnato una svolta irrevocabile nei suoi rapporti con la Chiesa cattolica. Ad essi ha dedicato la sua parte centrale. E poiché il rapporto personale non è certo meno importante delle cose che si scrivono, a me sembra che i discorsi nella Sinagoga romana di Giovanni Paolo II, nell’aprile del 1986, e di Joseph Ratzinger, nel gennaio del 2010, rappresentino il riconoscimento definitivo delle radici ebraiche del Cristianesimo e della relazione unica che esiste tra la fede cristiana e l’Ebraismo. In definitiva, l’evento conciliare e le ricordate “visite” dei pontefici romani hanno dato un decisivo impulso all’impegno di percorrere un cammino di dialogo, di amicizia e di fraternità.

Nella citata Dichiarazione conciliare non sono del pari assenti le parole di apprezzamento sulla fede musulmana, alla quale lo scritto dedica un apposito paragrafo. Ma ben sappiamo che questo tema vede in Papa Francesco un interlocutore privilegiato e uno sprone. Basti pensare alla “Dichiarazione sulla fratellanza umana”, firmata ad Abu Dhabi nel febbraio 2019 proprio da Papa Francesco e dal grande Imam dell’università coranica di Al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb, come a dire la voce più autorevole nel mondo islamico sunnita. E non è certo un caso che uno dei passaggi più significativi di questa Dichiarazione risulti quello di asserire con forza quanto accennato all’inizio di questo scritto, e cioè che lo spargimento di sangue non può essere mai giustificato dalla (vera) religione, ma è sempre frutto dell’uso distorto e deviato del suo messaggio.

Un messaggio avvelenato che dobbiamo rifiutare, ricordando che dobbiamo “adottare la cultura del dialogo come via, la collaborazione comune come condotta, la conoscenza reciproca come metodo e criterio” !

Paolo Venzano

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